Articolo di Wilma Nazzi
Ogni disciplina ha il proprio linguaggio che non è comprensibile a tutti. Un esempio:la lettura di un qualsiasi referto radiologico, non è tutta chiara. All’inizio con ansia cominciamo a leggere e via via le parole scappano senza senso e cerchiamo di aiutarci con la conoscenza di qualche etimo ma poi concludiamo” domani mi spiegherà il medico” .Io sto immaginando quale vocabolario aiuterà il sommelier nell’offrire il vino al commensale perché un vino dealcoolizzato è una bevanda nuda senza profumi di ciliegio, di sottobosco, di brezza marina perché la gradazione è il bastone attorno a cui si sviluppano questi aromi.
«Il vino dealcolato, che può essere totalmente o parzialmente analcolico, si ottiene a partire da un vino reale – spiega Elena Dogliotti, biologa nutrizionista e supervisore scientifico per Fondazione Umberto Veronesi –, ed i metodi più comuni per togliere l’alcol sono la distillazione sottovuoto e l’osmosi inversa. Da non confondere con bevande, spesso fermentate, che cercano di ricordare alcuni sapori del vino, ma sono prodotte a partire da materie prime completamente diverse. In questo caso la gradazione alcolica, seppur minima, è comunque presente per via della fermentazione degli zuccheri».
Mi rattrista apprendere tutte queste misure aliene al buon bicchiere di vino bevuto in compagnia di amici in un’osteria o su una terrazza sul mare, ma viviamo attraversati da mutamenti epocali, dove nulla di oggi è quello di solo cinque anni addietro. Io sono troppo vecchia per non avere il vizio di trovare migliori gli anni passati in confronto agli attuali, ma sono consapevole che ogni generazione propone la propria strada e
che sta a ciascuno di noi seguirla oppure no, di correggerla o di modificarla.
Certo ci sono politiche sociali ed economiche, nonché finanziarie che determinano tutte queste scelte e può darsi che in un certo senso siano valide, ma sarebbe un errore tralasciare di portare avanti i risultati ottenuti, conquistati con fatica dai viticoltori europei, tra i quali gli italiani occupano posizioni di eccellenza.
D’altronde già da anni abbiamo capito che il VINO è il male assoluto; sui tavoli dei ristoranti sono rare le tavole con il bel fiasco impagliato con il GALLO etichettato sul collo o con una bottiglia di vino, più spesso un solitario calice o una birra o una COCA-COLA con bollicine , questo sia per il prezzo troppo alto che il ristoratore impone al vino, sia per la prova ‘palloncino’ che spesso ci attende a venti metri dal locale.
La concorrenza è l’animo del commercio e quindi è una sfida che va portata avanti, senza vittima e vincitore; bisogna lanciare nuove campagne promozionali sia del vecchio che del nuovo vino, ma alla base c’è sempre un problema culturale ed è sulla conoscenza, sull’esperienza che devono indirizzarsi le figure professionali. La scelta di questa demonizzazione del buon vino, forse va incontro anche ad esigenze demografiche: in Europa si stanno radicalizzando etnie nuove, con un’alimentazione diversa e il mercato cerca di conquistarle…
Tanti pensieri, tante considerazioni devono essere sviluppati….ma dobbiamo accettare una verità incontestabile: la tecnologia ha bruciato un mondo e ce ne sta proponendo un altro e il vino con poco alcool è una delle tante novità di quest’epoca; se avrà forza questa novità s’imporrà,
altrimenti “sic transit gloria mundi” come Berlusconi commento’ la morte di Gheddafi.