“Confermare il 5% di biobenzine per non compromettere una filiera strategica” - L’associazione in vista del decreto di recepimento della Direttiva RED III: “Bloccare al 3% l’obbligo per le biobenzine significa frenare gli investimenti e mettere a rischio l’industria italiana dell’alcol e la filiera agricola”
Roma – Confermare la traiettoria di crescita dell’obbligo di immissione di biobenzine, come il bioetanolo, dal 3% al 5% dei consumi di benzina entro il 2030, e introdurre misure capaci di sostenere la produzione italiana ed europea di bioetanolo rispetto alle importazioni. È questa la richiesta ribadita da AssoDistil in vista dell’imminente emanazione del decreto ministeriale attuativo di recepimento della Direttiva RED III (UE 2023/2413).
Attualmente il 5% previsto per le biobenzine è il risultato di due obblighi distinti: il primo, pari al 3% e previsto entro il 2025, è stabilito da un decreto legislativo Dlgs 199/2021; il secondo che definisce la progressione dal 3% al 5% entro il 2030 è definito dal percorso avviato dal Decreto Ministeriale del 16 marzo 2023 che recepisce la Direttiva europea RED III.
È proprio quest’ultimo passaggio a essere oggi oggetto di discussione, alla luce delle pressioni esercitate dai soggetti obbligati per mantenere l’obbligo fermo al 3%. Per AssoDistil, rinunciare all’incremento dal 3% al 5% rappresenterebbe un passo indietro proprio nel momento in cui il settore avrebbe bisogno di certezze e di una prospettiva industriale di medio-lungo periodo.
“In una fase già estremamente difficile per l’industria italiana dell’alcol, non confermare la traiettoria prevista fino al 2030 significherebbe mandare un messaggio devastante alle imprese italiane che già producono bioetanolo ed ancor di più alle altre 26 imprese interessate a valutare nuovi investimenti – sottolinea Sandro Cobror, Direttore di AssoDistil. “Un mercato senza una prospettiva di crescita certa non consente di programmare investimenti, innovazione e capacità produttiva. Col rischio di assistere a chiusure aziendali e, di contro, una crescita dell’importazione di bioetanolo dall’estero per far fronte ai fabbisogni nazionali in un mercato sempre più orientato ai consumi di benzina. È invece necessario dare stabilità al quadro normativo e costruire le condizioni affinché la produzione italiana ed europea possa competere con quella di importazione”.
Una filiera che va oltre il bioetanolo
La questione non riguarda soltanto le aziende produttrici di bioetanolo, ma un’intera filiera industriale e agricola: infatti, la produzione italiana di alcol etilico (da cui il bioetanolo deriva) è già sotto pressione a causa dei consumi di alcol che vanno riducendosi di anno in anno e la possibilità di individuare nuovi sbocchi di mercato per la produzione di alcol rappresenta un elemento determinante per la tenuta di numerose attività.
La creazione di un mercato stabile per le biobenzine potrebbe quindi rappresentare un’opportunità di riconversione e diversificazione industriale, oltre che un incentivo a nuovi investimenti.
“Se si pregiudica uno sbocco potenziale come quello del bioetanolo e non si costruisce, al contrario, una rete di protezione che stimoli la produzione nazionale, il rischio è che le aziende siano costrette a chiudere e che, laddove il prodotto serva, venga semplicemente importato” – evidenzia Cobror. “In questo modo non si difende il mercato, si trasferisce valore industriale fuori dall’Italia con ripercussioni negative su tutto l’indotto agricolo che fornisce materia prima per la produzione di alcol”.
Infatti, l’alcol, e quindi il bioetanolo prodotto in Italia deriva esclusivamente da materie prime sostenibili, quali i residui della produzione di vino, oppure residui di filiera agricola (e.g.della produzione di amidi da cereali) o agroindustriali (e.g. residui della produzione della birra).
Sacrificare la produzione di bioetanolo in Italia significa danneggiare la filiera a monte, laddove l’enorme massa di residui di lavorazione che diventerebbero automaticamente rifiuti da smaltire con costi ambientali ed economici enormi
Più tutela per la produzione europea
Per AssoDistil, accanto alla conferma del 5%, è necessario mettere in campo strumenti di tutela e di valorizzazione della produzione italiana ed europea, anche attraverso una gestione delle importazioni che garantisca qualità, tracciabilità e condizioni competitive equilibrate.
Un modello interessante è quello adottato dalla Spagna, che ha previsto che, ai fini dell'assolvimento degli obblighi europei, il bioetanolo importato possa essere conteggiato soltanto se non denaturato, prevedendo che la denaturazione avvenga successivamente sotto controllo nazionale. Analogamente si sono mosse anche Germania, Francia e Paesi Bassi.
Una misura che, oltre a consentire un maggiore controllo sulla qualità e sulla corretta gestione del prodotto, avrebbe l’effetto di rendere meno conveniente l’importazione di bioetanolo destinato alla miscelazione con la benzina. Il bioetanolo denaturato importato è infatti soggetto a un dazio di circa 10,2 euro per ettolitro, mentre per quello non denaturato il dazio sale a circa 19,2 euro per ettolitro.
“La priorità è garantire che il prodotto utilizzato per assolvere agli obblighi europei rispetti standard elevati di qualità e sia sottoposto a controlli efficaci – conclude Cobror. Ma questa può essere anche una leva per rafforzare la produzione europea e italiana, evitando che un’eventuale crescita della domanda venga soddisfatta esclusivamente da prodotto importato. Non chiediamo di chiudere il mercato, chiediamo condizioni che consentano alla nostra industria di competere e investire”.
Il nuovo decreto sulla RED arriva dunque in un momento particolarmente delicato per il settore. Una riduzione degli obiettivi, il blocco della crescita delle biobenzine e l’assenza di strumenti di sostegno alla produzione nazionale rischiano di combinarsi in una vera e propria “tempesta perfetta” per l’industria italiana del bioetanolo, con conseguenze che potrebbero estendersi dall’industria dell’alcol e a tutta la filiera agricola.
Ufficio Stampa AssoDistil
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