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Alla base della qualità dei vini di Maso Martis c’è la filosofia enologica di Matteo, condivisa in pieno dagli Stelzer, che si riassume in due termini apparentemente contrastanti: unicità e costante riconoscibilità. «L’enologia è cambiata moltissimo negli anni, a causa perlopiù del mutamento climatico che ci costringe a fare scelte diverse. Ad esempio, se i primi anni si doveva disacidificare le basi, oggi siamo quasi costretti a rincorrere questa acidità. Il modo di fare enologia nella spumantistica si è quindi un po’ rovesciato ed è fondamentale capire quali sono i punti su cui lavorare per ottenere un prodotto di qualità che riesca però a essere riconoscibile nel tempo».
Se il cambiamento climatico obbliga a cambiare, lo stile enologico di Ferrari e di Maso Martis resta fortemente fedele e costante: «Vogliamo che i nostri vini siamo riconoscibili nel tempo e costanti nel gusto: su una Riserva che ricorda il millesimo può anche esserci la peculiarità, ma su un prodotto senza annata o su un’etichetta di entrata sul mercato bisogna essere riconoscibili, con un gusto e un’idea solo tua: il pubblico deve bere un Maso Martis, non un Blanc de Blancs».
Ed è questa la sfida più grande secondo l’enotecnico trentino che sottolinea anche altri cambiamenti importanti: «Siamo passati da un’agricoltura convenzionale a una totalmente biologica, con una lavorazione delle uve e dei vini in biologico che ha influito sul nostro modo di vinificare, ma credo che in questo processo siamo riusciti a essere molto rispettosi di madre natura e di quello che ci offre, senza stravolgere i nostri prodotti e cercando di ottenere un’identità di prodotto che ben rappresenta l’uva, i vigneti e il territorio».
L’unicità dei vini di Maso Martis e del tocco di Matteo Ferrari è ispirata proprio dal territorio e non da modelli o maestri dell’enologia: «Credo serva un sistema di lavoro proprio – prosegue Ferrari – che si forma nel tempo, conoscendo bene il territorio e l’uva che si ha in mano, alla quale dobbiamo poi dare un senso. È chiaro che enologi e tecnici debbano continuamente assaggiare, imparare, confrontarsi ed esplorare anche il lavoro di altri ma penso altrettanto che l’idea alla base di ogni filosofia enologica debba essere propria e originale, senza ispirarsi a Ferrari, Ca’ del Bosco, Dom Pérignon o Ruinart. Lo dico con molta umiltà, ognuno ha un suo stile che è strettamente legato e riferito al territorio, difficile che quello che faccio io a Martignano possa essere replicato in Alto Adige o in Toscana».
Da perfetto alchimista del vino, Ferrari trova proprio nell’alchimia del team il segreto del successo di Maso Martis: «Difficile spiegare quale possa essere il nostro segreto ma sicuramente l’alchimia tra tutti noi e l’affiatamento che abbiamo raggiunto creano le condizioni ideali per realizzare grandi vini. Ci confrontiamo e spesso anche scontriamo, come è giusto che sia, ma da queste scintille nasce quel mix di idee che porta alle nostre etichette e ai nostri progetti. Forse il segreto del maso è la tanta serenità che si respira e che si percepisce in ogni fase del processo: non solo in degustazione ma già dalla campagna, c’è un confronto costruttivo tra tutti i ragazzi e un’unità di intenti per lavorare in modo puntuale e dettagliato su un’uva che servirà per un prodotto di cui vedremo i risultati, nel caso di Madame Martis, fra 10 anni».
Non mancano di certo nuovi obiettivi da raggiungere e sfide da superare: «Sicuramente la sfida del cambiamento climatico occupa molte risorse e sforzi, dal punto di vista enologico abbiamo sempre dei dardi nel nostro arco e siamo costantemente impegnati nel fare prove e sperimentazioni – osserva l’enotecnico –. Stiamo lavorando da qualche anno sull’invecchiamento del vino base spumante, utilizzando il sistema dei vini di riserva tipico della Champagne e con questi vini di riserva stiamo creando delle cuvée che spumantizzeremo, qualcuna già nel 2024, e che tra qualche anno dovrebbero dare vita a una nuova etichetta. Siamo sempre alla ricerca di qualche novità perché ci piace metterci in gioco».
Se nel futuro ci sono nuove etichette è però tra i cavalli di battaglia di Maso Martis che Matteo Ferrari trova i suoi vini del cuore come Madame Martis, creata nel 1999, il Trentodoc con cui la cantina si è consacrata a livello nazionale e internazionale, mietendo premi e consensi di critica: «Sono tutti figli enologici ma tra i prediletti, anche se non glielo faremo sapere, ci sono gli spumanti invecchiati e la Madame è quella che meglio rispecchia la mia filosofia: un vino maturo e verticale che regala grandi emozioni. C’è poi il nostro DosaggioZero Riserva che è sicuramente tra i miei preferiti».
La storia di Maso Martis e quella di Matteo Ferrari sono legate a doppio filo a quella della denominazione Trentodoc a cui l’enotecnico riconosce il merito di un’efficace azione di promozione e sviluppo del marchio: «Ci sono molte cantine nuove e giovani produttori e tecnici che si affacciano alla produzione di Trentodoc e questo mi fa piacere perché siamo una realtà tendenzialmente piccola e credo ci sia posto per tutti, soprattutto se i prodotti finali sono piacevoli e di bella beva. L’unico pericolo potrebbe essere di trovare nei prossimi anni dei prodotti forse troppo semplici, ma sono fiducioso che non accadrà perché i giovani hanno belle idee per valorizzare i vitigni e la produzione di nuovi Trentodoc e dobbiamo lasciargli spazio. La promozione e gli investimenti fatti dall’istituto e dalle singole cantine stanno dando i loro frutti e il marchio è ormai conosciuto e apprezzato in tutta Italia e anche nel mondo. Questo ci stimola a fare sempre meglio».
Non è infine un caso, ma più un segno del destino, il fatto che il riconoscimento della Doc Trento nel 1993 sia coinciso con la nascita di Alessandra, primogenita di Antonio e Roberta, a cui è seguito poi l’arrivo di Maddalena nel 1996, due giovani donne che ora guidano l’azienda e che hanno un posto speciale nel cuore di Ferrari: «Tra i momenti più belli vissuti in azienda c’è sicuramente poter osservare Alessandra e Maddalena diventare parte attiva della cantina: le ho viste nascere, poi crescere e io sono cresciuto un po’ con loro. Vedere la nuova generazione di Maso Martis così appassionata come lo eravamo noi è un’altra grande soddisfazione».
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